Monatsarchiv: September 2015

GERMANIA

Quelle http://www.limes-im-odenwald.de/fileadmin/_migrated/pics/Limes-Grenzuebergang_01.jpg

https://professoressaorru.files.wordpress.com/2010/02/tacito_germania.pdf

http://www.limesstrasse.de/deutsche-limes-strasse/home/

 

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Pace by Alessandro e Leone

Martin Luther King

Gandhi


Costituzioni e assolutismi

http://pietro66.altervista.org/blog/la-costituzione-americana/

La Costituzione Americana

Il sistema politico americano tra tradizione repubblicana e liberale.

Con l’Illuminismo si affermò l’idea di progresso, che si tradusse nel campo della politica nella convinzione che fosse possibile trasformare la società e lo Stato alla luce della ragione. Pensatori di tutta Europa collaborarono ad elaborare un patrimonio di principi e valori che avrebbero poi trovato una definizione politica e giuridica nei documenti costituzionali nati dalle rivoluzioni americana e francese.

I principi fondamentali alla base del Costituzionalismo ‘liberale’ sono la Sovranità democratica e l’idea di diritti inviolabili dell’individuo, precedenti e quindi indipendenti dallo Stato. Questi due principi rovesciano il rapporto tradizionale tra potere dello Stato, incarnato nel sovrano, e sudditi: lo Stato è concepito come strumento per l’esercizio del potere del popolo e garanzia dei diritti dei cittadini.

Il popolo è il titolare della sovranità e delega il suo esercizio ai propri rappresentanti: il primo atto è il prodotto del ‘potere costituente’, cioè del potere di istituire Stato e governo, affermando i valori e fini in una carta costituzionale redatta da un’assemblea costituente. La Costituzione rappresenta quindi la forma di esistenza scelta da un popolo che si esprime nei suoi principi (valori fondanti e fini da realizzare), si articola nei diritti, si realizza attraverso l’ordinamento dello Stato e si attua nel tempo attraverso la legge.

Tuttavia i due principi della sovranità democratica e dei diritti liberali appaiono in tensione tra di loro: tanto maggiore l’importanza attribuita alla sovranità ed al suo esercizio attraverso la legge, tanto minore lo spazio di libertà e quindi di autonomia e diritti dell’individuo (come mostrerà il Terrore francese). Per questo era necessario, come avevano intuito Locke e Montesquieu,  tutelare i cittadini attraverso un sistema di divisione dei poteri.

I padri fondatori americani erano consapevoli di questa esigenza di equilibrio quando si trovarono di fronte al compito di scrivere i documenti fondamentali della Dichiarazione dl’Indipendenza (1776), della Costituzione del governo Federale (1787) e i dieci emendamenti che rappresentarono la carta dei diritti (‘Bill of Rights’, 1789). Essi stabilirono così i principi che regolavano la società (libertà, proprietà e ricerca della felicità) e i diritti inviolabili dallo Stato (religione, parola e stampa, riunione, armi, domicilio e corrispondenza, giusto processo). Essi affermarono quindi nel 1776 che il governo è fondato sul consenso dei governati e sul rispetto dei loro diritti, inviolabili perché precedenti e fondanti lo Stato stesso. Stabilirono quindi un sistema di divisione dei poteri e di ‘pesi e contrappesi’ perché, secondo il pensiero di Montesquieu, ‘il potere arrestasse il potere’.

Da una parte era necessario stabilire un sistema capace di esprimere un forte potere di indirizzo politico, cioè la capacità da parte del governo di prendere decisioni politiche. Scelsero quindi una forma di governo forte, in cui l’Esecutivo fosse concentrato nelle mani di un Presidente eletto direttamente dal popolo, quasi un ‘monarca elettivo’ in grado di scegliere i membri del governo (segretari di Stato) e che governasse in base al principio di maggioranza. I ddl (disegni di legge) del governo devono poi essere sottoposti al controllo del Congresso, assemblea elettiva bicamerale, formata dai Rappresentanti, eletti in base agli abitanti dei singoli Stati, e dal Senato Federale, in cui ogni stato è rappresentato da due membri, per garantire il rispetto delle autonomie statali.

D’altra parte i costituenti furono profondamente influenzati dalle idee liberali di Locke, affermando l’evidenza dei diritti naturali degli uomini e la loro precedenza rispetto allo Stato ed alla legge: per questo il potere giudiziario negli Stati Uniti esercita un ‘controllo diffuso’ da parte di tutti i giudici sulla costituzionalità delle leggi rispetto alla Costituzione ed ai suoi emendamenti, che si concentra poi nei 9 membri della Corte Suprema. Se la Costituzione aveva visto prevalere la necessità di un governo centrale, gli Antifederalisti ottennero nel 1789 i 10 emendamenti (Bill of Rights) che indicava gli spazi di autonomia ed i diritti inviolabili dallo Stato.

 

DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA AMERICANA (1776)

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità (…) .

Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire (…)

 

Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.

 

COSTITUZIONE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

Noi, Popolo degli Stati Uniti, allo Scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la Giustizia, garantire la Tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il Benessere generale ed assicurare le Benedizioni della Libertà a noi stessi ed alla nostra Posterità, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America.

Articolo I

Sec. 1 – Di tutti i poteri legislativi qui concessi sarà investito un Congresso degli Stati Uniti che consisterà di un Senato e di una Camera dei Rappresentanti.

Sec. 7 – Tutti i progetti di legge per l’esazione di imposte debbono avere origine nella Camera dei Rappresentanti; ma il Senato può fare proposte o concorrere con emendamenti come per gli altri progetti. Ogni progetto di legge che sia stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti e dal Senato dovrà, prima di diventare legge, essere presentato al Presidente degli Stati Uniti; e questi, se lo approva, dovrà firmarlo, ma altrimenti dovrà restituirlo con le sue obiezioni alla Camera

Articolo II

Sec. 1 – Del potere esecutivo sarà investito un Presidente degli Stati Uniti d’America. Egli terrà il suo ufficio per un periodo di quattro anni [disposizione modificata con il XXII emendamento] e, insieme con il Vice presidente, eletto per lo stesso periodo, sarà eletto …

 

Articolo III

Sec. 1 – Del potere giudiziario degli Stati Uniti saranno investite una Corte Suprema e le Corti inferiori che di tempo in tempo il congresso potrà istituire e disciplinare. I giudici, sia della Corte suprema sia di quelle inferiori, conserveranno le loro cariche finché manterranno buona condotta … Il processo per tutti i reati sarà mediante giuria

 

Articolo V

Il Congresso, quando i due terzi di ciascuna Camera lo ritengano necessario, potrà proporre emendamenti a questa Costituzione …

 

EMENDAMENTI COSTITUZIONALI (BILL OF RIGHTS)

 

I – Il Congresso non potrà fare alcuna legge che stabilisca una religione di Stato o che proibisca il libero esercizio di una religione; o che limiti la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente, e di rivolgere petizioni al governo per la riparazione di torti.

II – Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di tenere e portare armi.

 

IV – Il diritto dei cittadini ad essere assicurati nelle loro persone, case, carte ed effetti contro perquisizioni e sequestri non ragionevoli, non potrà essere violato, e non potranno essere emessi mandati se non su motivi probabili, sostenuti da giuramenti o solenni affermazioni e con una dettagliata descrizione del luogo da perquisire e delle persone o cose da prendere in custodia.

V – Nessuno sarà tenuto a rispondere per un reato capitale o altrimenti infamante, se non su denuncia o accusa di un Gran giurì, salvo che per i casi che si ponessero presso le forze di terra o di mare o presso la Milizia, quando si trovino in servizio attivo in tempo di guerra o di pericolo pubblico; e nessuno può essere esposto due volte per lo stesso delitto a rischiare la vita o le membra; né sarà costretto in un qualsiasi processo penale a testimoniare contro se stesso, né sarà privato della vita, della libertà o delle proprietà senza un regolare procedimento legale [due process of Law]; né la proprietà privata potrà esser presa per un uso pubblico, senza un giusto compenso.

VI – In ogni processo penale, l’accusato avrà il diritto ad un procedimento pronto e pubblico, con una giuria imparziale di persone dello Stato e del distretto in cui il delitto sia stato commesso; il quale distretto dovrà essere previamente determinato dalla legge; e avrà il diritto di essere informato della natura e del motivo dell’accusa; di esser posto a confronto coi testi a suo carico; e di avere l’assistenza di un avvocato per la sua difesa.

http://geo.tesionline.it/geo/article.jsp?id=13707

http://de.scribd.com/doc/30046157/Storia-assolutismo

http://de.scribd.com/doc/30046157/Storia-assolutismo

Lassolutismo
Le caratteristiche dello stato assoluto
Nel corso del 600 e del 700 si affermò in Europa lassolutismo.Le caratteristiche di questa forma di governoerano:
1) La concentrazione del potere
nelle mani del re
2) La tendenza ad
imporre una determinata confessione religiosa ai sudditi
3) Ladozione di
politiche mercantilistiche
4) Una politica estera aggressiva basata sull
espansione territoriale
 
I suoi limiti
In Inghilterra fu sconfitto da una rivoluzione: il sovrano non riuscì ad imporre la sua volontà allassemblea dei grandi aristocratici. Anche in altri stati il potere del monarca non fu mai assoluto, perché sopravvissero molte istituzioni (economiche, politiche e religiose) che si batterono per conservare diritti e autonomie.
Economia: il mercantilismo
Questa politica economica mirava migliorare la bilancia commerciale: il rapporto tra le merci importate equelle esportate. Maggiore era il numero delle merci esportate e migliore era la bilancia. Per questovenivano messi dazi sulle importazioni per aumentarne il prezzo, si puntava alla conquista delle colonie pertrovare le materie prime. Questo comportava la capacità di sostenere i conflitti con le potenze rivali.
La Francia e Luigi XIV 
 
È stato considerato il simbolo dellassolutismo.
Il processo era iniziato già con EnricoIV. Luigi XIV accentrò ilsuo poter, presiedendo il Consiglio della Corona e svuotando di potere i parlamenti e gli Stati generali (leassemblee che rappresentavano il clero, i nobili e la borghesia). La nobiltà venne trasformata in nobiltà dicorte allontanandola dai centri di potere (la reggia di Versailles serviva proprio a questo) e legandola ulteriormente con la venalità delle cariche,cioè con la messa in vendita degli uffici pubblici).
La persecuzione degli ugonotti
Anche lespulsione degli ugonotti dal paese servì a rafforzare il potere del re. Questo ebbe graviripercussioni, perché privò la Francia di un gruppo sociale attivo composto da banchieri, artigiani,imprenditori, operai specializzati.
Lassolutismo fallito in Inghilterra
Esisteva in Inghilterra un ampio ceto di proprietari coltivatori, ceto borghese, che di fatto impedì losvilupparsi di un modello assolutistico, aprendo la strada ad un modello politico allavanguardia.Giacomo
I e Carlo I tentarono una politica assolutistica, ma i parlamentari rivendicavano poteri di controllo in diversiampi. CarloI
perseguitò i puritani che fuggirono dal paese. Un gruppo di questi, i Padri Pellegrini, emigròverso lAmerica del Nord. Proteste religiose e politiche si saldarono. Nel 1640 il conflitto tra re e parlamentari sfociò in una guerra civile. Sotto Oliver Cromwell i parlamentari ebbero la meglio e il sovrano venne giustiziato. Alla morte di Cromwell venne restaurata la monarchia.  Il parlamento sotto GiacomoII che perseguitava i puritani chiese lintervento di Guglielmo dOrange che lo scacciò. Dovette poi accettare una dichiarazione dei diritti dettata dal Parlamento con la quale si limitava fortemente il potere del sovranoe si stabiliva il controllo del parlamento su molte questioni importanti, trasformando lo stato inglese in una monarchia parlamentare.


MANDELA by Willi

Nelson Mandela


Etruschi

http://www.larth.it/


Struttura sociale ed economica dell‘ impero romano

http://giorgiosonnante.altervista.org/index.php/percorsi/60-impero-e-imperi/528-come-era-organizzata-la-societ%C3%A0-romana-durante-l-impero.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Civilt%C3%A0_romana

http://www.homolaicus.com/storia/antica/roma/economia_classi.htm

 

Al vertice della società abbiamo l’imperatore, il sommo capo dell’Impero.

La classe sociale più importante è quella dei senatori (senatores). Erano senatori coloro che facevano parte del Senato. Durante l’Impero il Senato non ha molti poteri, tuttavia conserva molti privilegi passati ed è in grado di condizionare la politica dell’imperatore. Ricordiamo che i senatori potevano amministrare alcune province dell’Impero. Di sicuro, la loro ricchezza era basata sulla terra: da essa derivava la base del loro potere politico e i proventi che garantivano il potere economico e sociale. Le proprietà erano trasmesse di generazione in generazione.

La successiva classe sociale, sviluppatasi velocemente nell’ultimo periodo della Repubblica, è quella dei cavalieri (equites). I cavalieri sono le persone di cui più si fida l’imperatore: non facendo parte del Senato, hanno bisogno di qualcuno che li protegga e li favorisca (appunto, l’imperatore); anche lo stesso imperatore ha bisogno di qualcuno che lo assecondi e spesso che gli dia sostegno economico. Infatti, i cavalieri sono ricchi non perché trasmettono qualcosa di padre in figlio, ma perché praticano soprattutto il commercio, che è la fonte del loro potere economico e politico. I cavalieri spesso sono anche gli amministratori delle province imperiali, da cui ricavavano ulteriori ricchezze.

Distinto dal popolo era l’esercito. I milites, ossia i soldati (da ’soldo‘, cioè ’stipendiati‘), avevano uno stipendio e al termine della carriera oppure in occasione di particolari guerre ricevevano dei terreni in beneficio. Essere soldato, quindi, permetteva un certo stato economico e anche una posizione sociale non indifferente. In alcuni momenti storici, i soldati sono stati talmente importanti che hanno determinato l’elezione degli imperatori.

Infine, abbiamo il popolo, formato da tutti coloro che non fanno parte delle precedenti classi. In questo gruppo molto numeroso si distinguono ovviamente le persone che praticano attività di rilievo, ma la grossa distinzione è tra cittadini romani (hanno molti diritti, tra cui il diritto di voto e il diritto di appello) e chi non lo è.

Al di fuori di ogni condizione umana e di ogni diritto c’erano gli schiavi. Erano considerati oggetti a tutti gli effetti. Gli schiavi potevano essere liberati. In questo caso venivano chiamati liberti.

Attività di comprensione e di rielaborazione

  1. A partire dal testo, costruisci la piramide sociale dell’Impero Romano.
  2. Confronta questa piramide con la piramide feudale (quella di Adalberone). Quali sono, in generale, le somiglianze? Quali le differenze?
  3. Per ogni classe sociale, ci sono degli aspetti in comune tra le due piramidi? E ci sono anche delle differenze notevoli? Spiega.

1. Le tre fasi dell’economia romana

Nella sua lunga evoluzione da città-stato a Impero, Roma ha attraversato differenti fasi non solo di carattere geografico e politico, ma anche di carattere produttivo: è passata cioè attraverso diverse forme o stadi produttivi.

Molto schematicamente possiamo dire, riguardo a quest’ultimo punto, che si siano susseguite le seguenti modalità:

A – quella ‚capitalistica-agraria‘,
B – quella capitalistica in senso commerciale e mercantile,
C – infine quella agricola o ‚pre-feudale‘.

A – Nella prima di tali fasi, la grande proprietà tende a accrescersi a spese di quella media e piccola, la quale rimane spesso soffocata dai debiti contratti con la prima e – di conseguenza – anche imprigionata nei vincoli di gratitudine e di asservimento che questa le impone.

Si può perciò parlare di una sorta di „capitalismo“ (nel senso di un impulso o di una tendenza costante verso l’accrescimento o la capitalizzazione della ricchezza), ma con la precisazione che si tratta di un capitalismo ancora eminentemente agrario, cioè privo (o quasi) di quelle basi commerciali e monetarie che lo caratterizzano nei suoi sviluppi più maturi e nella sua forma più pura.

C – Nell‘ultima fase – che prelude peraltro al feudalesimo (ovvero a quel sistema che diverrà, nel Medioevo, la principale forma di organizzazione sociale ed economica) – si afferma un tipo di economia che possiamo definire di autosussistenza, nella quale ogni centro di produzione locale, detto villa, tende a costituirsi come una realtà sociale e produttiva autonoma.

Tanto la prima quanto l’ultima fase – pur con le dovute e profondissime differenze – sono caratterizzate dalla prevalenza pressoché incondizionata del momento della produzione (legata essenzialmente all’agricoltura e all’allevamento) su quello della distribuzione e dello smistamento dei prodotti.

In esse dunque, secondario se non assente è il fattore commerciale, con tutto ciò che questo comporta (bassa specializzazione a livello della produzione locale, sottosviluppo delle città…).

La differenza più evidente tra esse consiste invece nel fatto che la prima, col suo tipo di organizzazione sociale ed economica, preceda e in un certo grado prepari i futuri sviluppi della società romana: sviluppi di carattere commerciale e – pur con tutti i limiti che un tale termine assume in questo contesto – industriale; l’ultima, al contrario, sorge dal ripiegamento e dal collasso di questo secondo tipo – più avanzato – di organizzazione economica, che sfocerà in un sistema produttivo essenzialmente agricolo: quello feudale.

Oggetto dei prossimi paragrafi saranno fondamentalmente gli aspetti di base del secondo stadio produttivo (B), di quello cioè che potremmo definire capitalistico in un senso più moderno, poiché comprendente tra l’altro: l’uso della moneta, il commercio su larga – e larghissima – scala, nonché un tipo di produzione di carattere ‚proto-industriale‘ (finalizzata cioè alla fabbricazione dei beni in grande quantità!).

Si tenterà, qui di seguito, di delineare il funzionamento del capitalismo romano ‚maturo‘, utilizzando – a mo‘ di raffronto – i concetti e le categorie sottese all’analisi dell’economia moderna (di quella realtà storica cioè, il cui primissimo inizio si colloca con la rinascita cittadina del XIII sec.).

E‘ ovvio che la diversità tra „capitalismo moderno“ e „capitalismo antico“ non può non essere abissale. Per tale ragione si cercherà di mettere sempre in luce – pure nell’affinità di fondo tra i due sistemi – anche le profonde differenze tra essi… insomma si utilizzeranno effettivamente le categorie dell’economia moderna, ma in un modo – si spera – critico ed estremamente prudente.

In ogni caso, il tentativo sarà quello di interpretare il sistema socio-economico della Roma imperiale (e, più in generale, di quella ‚imperialista‘) attraverso categorie ‚moderne‘, utilizzate tanto in senso positivo (mostrandone cioè la sostanziale adattabilità al mondo antico), sia in senso negativo (mostrando anche, cioè, il profondo divario che intercorre tra i due sistemi).

2. Caratteri del capitalismo romano (e in generale di quello antico)

Per comodità, si è deciso di dividere l’argomento in tre differenti paragrafi, corrispondenti a tre diversi livelli del discorso, tra loro strettamente interrelati: quello produttivo (inerente cioè alla produzione: al suo modo di esistere e alla sua redditività, ma anche – più in generale – all‘organizzazione delle attività economiche); quello organizzativo (riguardante la ricchezza, nelle sue diverse forme e nel modo in cui esse si articolano); ed infine quello sociale, politico e culturale.

Come si è già detto, si utilizzeranno – ma a mo‘ di raffronto e non certo in senso univoco – categorie sociali ed economiche moderne, ragion per cui ogni argomento (produzione, commercio, Stato, ecc.) verrà sempre posto in relazione con il suo più giovane – e da noi quindi anche meglio conosciuto – corrispettivo.

A) Caratteristiche produttive

Non può non balzare all’occhio – e non essere al tempo stesso il punto d‘avvio del nostro discorso – l’enorme differenza che esiste, sul piano della produttività, tra la società romana (e più in generale antica) e la moderna società industriale.

E‘ ovvio poi come il minor livello produttivo della prima comporti per essa anche minori eccedenze da reinvestire, in qualità di merci, in attività di tipo ‚capitalistico‘.

Già da queste brevissime osservazioni si può intuire l’intrinseca debolezza del capitalismo antico [ove col termine „capitalismo“ si intenda una pratica economica fondata sul commercio e sul reinvestimento degli utili ricavati attraverso esso in altre attività economicamente redditizie, al fine di una crescita idealmente illimitata della ricchezza] rispetto a quello moderno, dotato tra l’altro di risorse produttive infinitamente superiori. Una debolezza caratterizzante peraltro, sebbene in differenti gradi, tutti i momenti evolutivi (compresi quelli di maggiore splendore) della civiltà romana, e in generale di quella antica.

Né è necessario ricordare come l’economia di quest’ultima sia di tipo fondamentalmente agrario (legata peraltro non solo ai latifondi, ma anche alle medie e piccole proprietà – pur essendo queste ultime molto più indirizzate, rispetto ai primi, verso un’economia d’autosussistenza) o artigianale (praticata sia nella campagne che nei centri cittadini), priva quindi di una vera e propria produzione di carattere industriale, cioè su larghissima scala.

Ma, nonostante la presenza dei fattori appena menzionati (i quali, limitando come si è detto la quantità di merci disponibili sui mercati, influenzano in un senso decisamente sfavorevole lo svolgimento delle attività commerciali) si deve anche ricordare come, inversamente, la crescita e il consolidamento del dominio internazionale di Roma favorisca lo sviluppo o il consolidamento di rotte di carattere commerciale che collegano da parte a parte le diverse aree dell’Impero, e che spingono inoltre la produzione locale in direzione della specializzazione produttiva.

In tal modo quindi, ogni area tende a fornire alle altre una gamma di prodotti – di cui è naturalmente più ricca – ricevendone in compenso degli altri di cui è sguarnita, o che comunque sarebbe in grado da sola di produrre in quantità decisamente minore: un meccanismo che presenta evidenti vantaggi per tutte le regioni dell’Impero e attraverso cui si configura un sistema economico e commerciale ‚globale‘.

E‘ poi interessante notare come un simile processo di specializzazione si possa paragonare – seppure molto alla lontana – alla moderna produzione industriale, in quanto finalizzato evidentemente a un tipo di produzione su ‚larga scala‘.

Un altro elemento distintivo dell’economia romana – anche nei suoi stadi più avanzati – rispetto a quella moderna è il differente rapporto tra città e campagne.

Mentre infatti le città moderne tendono a svilupparsi in opposizione o comunque in un rapporto di notevole autonomia rispetto alle campagne limitrofe, le città antiche mantengono al contrario con esse un rapporto molto più stretto, quasi simbiotico.

E ciò sia perché, rispetto alle prime, la quantità di prodotti che ricevono dalle zone agricole è inevitabilmente molto inferiore (ragion per cui non riescono a sviluppare una eccessiva indipendenza da esse), sia a causa di uno sviluppo molto più basso delle attività commerciali e finanziarie, sia infine per l‘assenza di quelle attività industriali che si svolgono oggi – almeno prevalentemente – all’interno delle città o nelle loro periferie.

In conclusione, possiamo dire che tanto il sottosviluppo produttivo del mondo agrario romano – e più in generale di quello antico -, quanto quello (in gran parte conseguenza del primo) delle città e delle attività che in esse hanno luogo, portano come risultato una netta prevalenza delle attività di tipo produttivo (fondamentalmente rurali) rispetto a quelle di tipo capitalistico (legate ai traffici e, in modo complementare, al reinvestimento della ricchezza): ovvero in buona sostanza a una netta prevalenza, in termini sociali ed economici, delle campagne sulle città!

B) Caratteristiche economiche

Oltre alla differenze di tipo produttivo (appena analizzate), vi sono poi quelle riguardanti più specificamente la sfera economica, legate cioè al modo di organizzazione delle attività non specificamente rurali.

Approfondendo tali aspetti, ci si accorge di come – oltre alle già menzionate deficienze di carattere produttivo – ve ne siano altre di tipo finanziario e commerciale.

Prima di tutto, bisogna ricordare come nel mondo antico l’uso della moneta – soprattutto se paragonato a quello che, secoli dopo, se ne farà in quello moderno – risulti estremamente ridotto. Un dato che non può non comportare gravi difficoltà nelle transazioni commerciali [anche se, in senso opposto, possiamo già rilevare la presenza di monete ‚internazionali‘, quali quelle romane del periodo imperiale o – ancora prima – delle ‚civette‘ ateniesi].

In altri termini, la carenza di danaro liquido – e la sua cronica instabilità – finirà per rendere molto più difficoltosi e complicati gli scambi commerciali, costituendo un notevole impedimento – quasi una zavorra – per il loro svolgimento!

Di ciò è prova anche il fatto che la pratica del baratto e quella delle prestazioni in natura, rimangano sempre molto diffuse nell’arco di tutta la storia romana.

Ma il mondo antico è caratterizzato anche da altre deficienze sul piano dell’organizzazione economica, deficienze che riguardano l’assenza – o quasi – di veri e propri strumenti di organizzazione del credito (quali per esempio le moderne banche) che favoriscano il reinvestimento della ricchezza acquisita (piuttosto che posseduta per ragioni d’eredità) in nuove imprese commerciali o finanziarie, secondo un processo – capitalistico appunto – di crescita continua dei profitti.

La carenza insomma tanto di danaro liquido, quanto di veri ed efficienti strumenti di tipo finanziario sarà, nel mondo antico, una delle ragioni alla base della difficoltà di decollo dell’economia propriamente capitalistica, costituendo una pesante (seppure inconsapevole) ipoteca non solo per le attività economiche di carattere commerciale, ma anche per lo sviluppo di una mentalità capitalistica in senso propriamente moderno.

L’estrema debolezza e ‚inconsistenza‘ della ricchezza mobile rispetto a quella immobile, infatti, porterà come conseguenza il fatto che i cittadini più ricchi preferiscano in linea di massima (almeno una volta consolidato il proprio patrimonio) gli investimenti di tipo agrario (legati essenzialmente all’acquisto di terre) a quelli di tipo più propriamente capitalistico, volti cioè a rimettere in gioco il proprio capitale attraverso attività di carattere commerciale e finanziario.

E ciò sia perché questo tipo di investimenti è, all’interno di tale sistema, ancora più rischioso di quanto non lo sia nelle civiltà moderne; sia per ragioni di carattere più propriamente culturale o „di mentalità“, essendo le attività commerciali ritenute tendenzialmente dequalificanti per gli individui, e comunque meno prestigiose di un’esistenza di tipo ‚agreste‘ (come si vedrà meglio più avanti).

Un altro elemento sintomatico della debolezza delle attività capitalistiche nel mondo antico è la schiacciante superiorità dello Stato in fatto di ricchezza rispetto ai privati cittadini: nel periodo imperiale infatti è l’Imperatore – e di gran lunga – il più ricco e il più potente capitalista, con possedimenti (e monopoli) che attraversano tutti i territori dell’Impero stesso, e che gli consentono non solo di sostenere finanziariamente gli apparati statali, ma anche di fungere da ‚motore‘ e da sostegno nei confronti di tutta l’economia interna.

A tali attività poi – non estranee ovviamente neanche agli stati moderni – si aggiungano quelle legate al mantenimento dell’ordine e della pace sociale, della sicurezza sulle frontiere, nonchè infine alla manutenzione e promozione di molteplici opere pubbliche: tutti fattori essenziali per il consolidamento dell’economia stessa – e anch’esse non estranee, anzi basilari, per l’economia degli stati moderni.

C) Aspetti politici, sociali e culturali

– Aspetti politici

Un possibile fraintendimento della storia romana – anche di quella più avanzata – consiste nell’applicare a essa, sul piano delle scelte politiche, dei criteri eccessivamente moderni (secondo un tipo di lettura che si suole definire ‚modernista‘).

Seguendo una tale linea interpretativa si considereranno le decisioni della classe dirigente come funzione, in tutto o in buona parte, di obiettivi di natura economica e capitalistica, cioè come finalizzate all‘estensione dei mercati piuttosto che ad altre finalità di carattere ‚capitalistico‘.

Se tuttavia un tale criterio può essere considerato valido per ciò che riguarda gli stati moderni (i cui sviluppi, sia tecnologici che ideologici, hanno portato a un’incontestabile centralità di tali fattori, anche in sede politica), lo stesso non si può dire per gli stati antichi – compresa l’antica Roma!

E‘ altresì vero che i conflitti internazionali abbiano comportato per essa, nell’arco di tutta la sua lunga storia (soprattutto nella fase ascendente), una notevole estensione non solo dei territori o delle sfere di influenza, ma anche delle rotte commerciali, dei mercati e delle attività capitalistiche, e tuttavia ciò non significa automaticamente che tali conflitti siano stati provocati e intrapresi per motivazioni di carattere capitalistico!

Piuttosto, possiamo dire che alla base delle campagne militari e delle guerre vi siano spesso, oltre a motivazioni di carattere difensivo, le seguenti aspirazioni:

a) aspirazioni di carattere ideologico o comunque non legate alla ricchezza (ad esempio ragioni di prestigio, come l’affermazione a livello internazionale della potenza romana; oppure la ricerca di sicurezza: difesa da potenziali nemici, volontà di civilizzare aree culturalmente ostili… – due fattori questi che spesso, oggi come allora, si mescolano e si confondono tra loro!);

b) prospettive di arricchimento ‚a breve termine‘ (si consideri il fatto che la guerra porta sempre bottini, ragion per cui può anche essere combattuta per se stessa, essendo inoltre convinzione comune che essa debba auto-finanziarsi, ovvero riassorbire le proprie spese attraverso i guadagni immediati dovuti alle battaglie e alle rapine di guerra, o alla riduzione di buona parte dei nemici in schiavitù);

c) possibilità di sfruttamento delle risorse – naturali piuttosto che umane – delle zone oggetto di conquista (una guerra può essere combattuta ad esempio, qualora tali regioni siano ricche d’oro piuttosto che di materie prime, o più semplicemente di manodopera schiavile… in potenza!).

Si può poi ricordare, di nuovo, il ruolo che lo Stato – come autorità politico-militare e come ‚maggior capitalista‘ – esercita solitamente in difesa delle attività economiche nonché della ricchezza interna dell’Impero!

A tale proposito può essere utile ricordare anche come, in tutti gli Stati antichi, siano il sovrano e la sua corte la fonte principale (almeno nei primi periodi di sviluppo dello Stato) delle attività commerciali. Attraverso la loro ricchezza difatti, essi finiscono per esercitare una preziosa funzione di stimolo nei confronti di tali attività, ponendosi così all‘origine dei futuri – seppure spesso esigui – sviluppi capitalistici della società. [Ciò vale per esempio per la civiltà egiziana e per quella micenea e minoica, per le quali si parla di solito di „Economia di palazzo„.]

– Aspetti sociali

Anche sul piano dell’attribuzione dei ruoli sociali (ovvero del ceto di appartenenza) ai singoli cittadini, vi sono profonde differenze tra il mondo moderno e quello antico romano.

E anch’esse appaiono – ad un’attenta analisi – allo stesso tempo causa ed effetto della relativa marginalità delle attività capitalistiche all’interno di quest’ultimo. Mentre infatti, nella società moderna censo e ceto tendono a corrispondere, in quella antica ciò non è molto spesso vero.

In primo luogo, vediamo come i senatori – gli appartenenti alla classe nobiliare, cioè i cittadini più ricchi in assoluto – non siano autorizzati per legge a esercitare attività di carattere commerciale, o comunque legate in qualsiasi modo ad attività finanziarie o speculative.

Le loro occupazioni pubbliche non possono che essere quindi di carattere politico o militare, mentre l’unica loro fonte di reddito sono i vastissimi possedimenti fondiari.

Anche se è vero che i prodotti della terra sono alla base dei traffici che percorrono in lungo e in largo l’Impero, ciò non deve indurre a credere che i latifondisti esercitino anche attività commerciali in proprio. A seguito di una legge risalente ancora ai primi secoli della Respublica, essi sono difatti costretti a delegare queste ultime ad altri soggetti sociali, per i quali esse sono spesso cospicua fonte di ricchezza.

Al di sotto della nobilitas, troviamo poi la classe degli equestri (cavalieri). Anche a essa si accede a partire da un altissimo livello patrimoniale (anche se, ovviamente, più basso rispetto a quello della classe precedente).

Ai componenti di quest’ultima non è proibito l’esercizio – oltre che delle attività politiche – dei commerci e delle attività finanziarie, ad esempio quelle legate agli appalti pubblici (dominio dei ‚publicani‘) tra i quali compaiono la riscossione delle imposte, il finanziamento delle guerre, quello delle opere pubbliche, ecc. Il fatto che possano impegnarsi in tali attività però, non significa che lo facciano sempre: molti infatti investono i loro guadagni in possedimenti fondiari, come del resto i nobili.

Più in alto ci si eleva nella scala sociale, insomma, più difficile (e quasi disdicevole) diviene ’sporcarsi le mani‘ col danaro: e ciò anche se esso è, in realtà, alla base dell’ascesa sociale di moltissimi plebei e – come si vedrà subito qui avanti – non solo di essi!

Un discorso analogo a quello fatto per la nobiltà vale infatti, anche se da un punto di vista diametralmente opposto, anche per i ceti di origine più umile: cioè per i liberti, ovvero gli schiavi liberati.

Mentre coloro che appartengono alle classi più alte, quelle nobiliari, non possono (fondamentalmente) esercitare attività di carattere capitalistico, coloro i quali – pur divenuti ricchissimi attraverso i traffici! – appartengono alla classe degli ex-schiavi, non possono entrare a fare parte – come invece gli altri cittadini liberi – di un ceto corrispondente alla propria effettiva rendita personale.

In questo modo, i ceti socialmente più prestigiosi (i nobili e gli equestri) costituiscono, per coloro la cui provenienza sociale sia d’origine schiavile (e anche se ricchi), una sorta di casta chiusa e inaccessibile.

Si è già detto altrove, come i liberti costituiscano un elemento fondamentale del dinamismo sociale ed economico (in senso capitalistico) della società romana, dal momento che – privi come sono in partenza di mezzi propri, in quanto ex-schiavi – possono accrescere la loro ricchezza soltanto attraverso attività di carattere affaristico finanziario.

Ma il fatto che ad essi sia proibito l’accesso alle classi sociali superiori mostra molto bene come i promotori di tali attività godano di una considerazione sociale non certo eccessivamente alta – e inferiore di molto, in ogni caso, a quella dei nobili latifondisti -, e prova inoltre l’esistenza di notevoli pregiudizi (peraltro abbastanza ovvi) nei confronti di individui la cui condizione di partenza sia stata la più infima!

Entrambe queste limitazioni giuridiche (sia quelle inerenti ai nobili, che quelle inerenti ai liberti) sono una chiara manifestazione del perdurare di una mentalità anti-economica – ovvero di casta – all’interno della società romana; una mentalità che – come già si è detto – ostacola il decollo di un’economia capitalistica, essendo poi al tempo stesso manifestazione e prodotto dell’instabilità e della precarietà congenita di quest’ultima.

– Aspetti culturali

Si è appena visto, nel precedente paragrafo, come le limitazioni sociali di carattere giuridico siano espressione di una perdurante mentalità anti-economica (ostile all’idea di un’ascesa sociale individuale per meriti di tipo personale), le cui origini storiche affondano ancora in quel periodo arcaico in cui Roma era divisa in caste fondamentalmente chiuse, e le cui ragioni immanenti si radicano invece nella maggior debolezza della ricchezza monetaria rispetto a quella immobiliare e fondiaria.

Qui avanti cercheremmo di delineare a grandi linee le coordinate di quell’ideale agrario e ‚bucolico‘, che si pone a base della mentalità anti-affaristica del mondo romano e latino; e successivamente di mostrare come e quando una tale mentalità sia stata (almeno in parte) superata o revocata da quelle stesse classi, nobiliari o comunque ricche, che ne sono anche l’incarnazione sociale più pura.

Per quanto riguarda l’ideale agrario, possiamo dire che esso rimanga, nell’arco di tutta la storia romana, un’idea-guida e una fonte d’ispirazione per i comportamenti sociali di molti cittadini (non solo ricchi o nobili) attraverso le proprie scelte di vita.

Esso si fonda sul principio del bastare a se stessi, del condurre cioè un’esistenza autonoma – almeno potenzialmente – rispetto al resto della società e delle attività che in essa si svolgono, per mezzo ovviamente dei frutti ricavati dalla propria terra.

Un tale ideale è inoltre espressione di una mentalità molto più propensa all‘accumulazione della ricchezza (peraltro fondamentalmente agraria, e non certo monetaria) che al suo reinvestimento.

A un tale astratto proposito (astratto poiché ovviamente mai realizzato nella sua interezza!) corrispondono poi gli ideali dell‘otium e della libertas: valori tipicamente nobiliari e aristocratici, secondo i quali sono da considerarsi neglette tutte le attività pratiche e manuali, e che prediligono invece quelle inerenti al comando militare o alla politica.

E‘ inoltre superfluo sottolineare come tali idealità trovino una piena realizzazione soltanto nella vita dei nobili o, comunque, dei ricchi, pur informando di sé in un certo grado un po’ tutta la società.
Ed è infatti proprio sulla base di tali valori (e dei comportamenti che ne conseguono) che le classi nobiliari si opporranno allo strapotere politico e ideologico detenuto, all’interno dello Stato, dal princeps e dai suoi apparati di potere!

Da una parte quindi, troviamo le più antiche istituzioni repubblicane, legate ai valori oligarchici e agrari, mentre dall’altra troviamo la nuova società imperiale e internazionale, basata in gran parte su scambi di natura economica e culturale (che concorrono a creare una realtà ‚globale‘) e su valori di segno almeno tendenzialmente opposto a quelli della prima.

Un’inconciliabilità questa, non soltanto culturale ma anche economica (essendo a essa sottese due visioni estremamente differenti e in buona parte incompatibili dell’organizzazione produttiva della società), che si porrà a fondamento della latente – e a volte anche esplicita – ostilità tra Impero e Senato: una rivalità che percorrerà tutta la storia di Roma, a partire da Ottaviano (e, in certo senso, anche da prima) fino al crollo del quinto secolo.

Certo accanto alla tendenza verso la disunione e la conflittualità, ve ne sarà un’altra – definita ‚concordia‘ – in direzione dell’integrazione e dell’accordo tra queste entità (insieme politiche economiche e culturali), la quale sarà celebrata soprattutto nel cosiddetto ‚periodo aureo‘ dell’Impero.

E tuttavia essa sarà solo una disposizione di fondo (peraltro opposta e complementare alla prima), i cui momenti più felici si situano per l’Impero nella fase di maggiore splendore delle attività economiche e commerciali, ovvero essenzialmente nei primi due secoli dopo Cristo.

Sempre molto forte sarà, insomma, sia prima che dopo che durante il cosiddetto periodo d’Oro della storia imperiale, la rivalità tra i poteri (e gli apparati) imperiali e quelli nobiliari senatorii: troppo spesso influenzati da valori e da obiettivi politici tra loro profondamente divergenti!

CONCLUSIONI

Possiamo dire dunque, che nell’arco di tutta la storia romana (nonché in generale di quella antica) sia la forma produttiva agraria (e ‚cumulativa‘) a prevalere nettamente su quella più propriamente commerciale e capitalistica (basata invece sul reinvestimento delle ricchezze).

E‘ anche vero, d’altra parte, che nel corso della sua lunga fase espansiva e imperialista, Roma svilupperà forme di organizzazione economica di tipo anche commerciale, che svolgeranno peraltro un ruolo essenziale all’interno della sua vita sociale e culturale.

Tuttavia, l’intrinseca debolezza di una tale dimensione è provata chiaramente – tra l’altro – dal fatto che essa, in soli due secoli, finisca per cedere nuovamente il passo a un tipo di società fondamentalmente agraria: quella feudale.

In altri termini, il capitalismo antico può essere visto come una sorta di ‚isola felice‘, in un mondo in cui le forme produttive largamente dominanti sono (per ragioni intrinseche e strutturali) di tipo agricolo – forme che sia prima sia dopo il cosiddetto ‚periodo aureo‘ finiscono per prevalere totalmente nell’organizzazione economica della società.